Co-Citation: tre esperimenti. Follow-up #1

Primo Follow up. Consultare il precedente articolo (sul mio blog personale, che solo incidentamente parla di posizionamento sui motori di ricerca) http://www.beingstuart.com/engines/seo-co-citation-tre-esperimenti-day-zero-finalita-e-ingredienti.html per farsi un’idea di come passo il mio tempo libero.

Di seguito gli step della prima fase dell’esperimento (senza la quale ogni successivo test non può aver luogo)

  1. Registrazione Domini;
  2. Creazione dei siti internet associati ai domini;
  3. Link building.

Registrazione Domini

Dominio #1

Il primo dominio è composto da nome e cognome assolutamente fittizi; il cognome non contiene casualmente un possibile termine di ricerca. Non è una cosa tipo Mario Gioielli oppure Franco Prestiti. E’ un cognome normalissimo.

Dominio #2

 

Il secondo dominio è un brand fittizio. Anch’esso non è keyword rich. Anzi,  a dirla tutta,  è perfettamente nonsense.

Entrambi i domini (e il terzo, quando mi sarà venuto in mente un nome dominio) sono stati registrati per 2 anni, e sono ospitati su server diversi. La privacy del dominio è stata una scelta obbligata.

Che cosa è un “BRAND”, per Google.

Il brand, per i comuni mortali e gli esseri senzienti, è il marchio, un nome unico cui ricondurre un determinato prodotto o servizio. Vettore di riconoscimento sociale, simbolo di adesione ad un gruppo, associato o meno ad un logo. Un termine che racchiuda in sé significante e significato e che identifichi un soggetto senza ombra di dubbio. Un solo Gucci, un solo Armani, una sola Nike.

Un motore di ricerca come Google, le cui capacità cognitive sono sempre più prossime a quelle umane (per questo motivo spesso superiori) soffre comunque di alcuni limiti fisiologici, come ad esempio il potersi attenere solo a: link, informazioni testuali, ricerche degli utenti e, forse -ma lo scopriremo, presto o tardi- le citazioni. Per Google, quindi, il concetto di brand è molto più formale e legato a fattori oggettivi che non a concetti astratti ed emozionali.

Volendo ipotizzare una definizione, un brand è un termine, singolo o multiplo (o una stringa di testo) sicuramente associata ad un determinato indirizzo web.

Uno dei primi approcci algoritmici alla problematica del riconoscimento di un brand fu con l’update algoritmico “Vince“, del 2009, un aggiornamento il cui focus principale fu quello di rendere più semplici le ricerche di tipo navigazionale degli utenti. Cerchi “NOKIA” su Google? Google ti presenta, come primo risultato il sito ufficiale. Dopo, tutto il resto. Eventualmente.

Segnali che Google interpreta come possibili indicatori di un brand

Onpage

  1. Presenza del termine nel title tag di tutte (o la maggior parte) del sito
  2. Presenza del termine in aree tradizionalmente deputate ai copyright notice (footer, privacy policy …)
  3. Presenza del termine nei link interni al sito
  4. Presenza del termine in aree e porzioni di codice deputate all’inserimento del brand (es: ALT del logo)

Offpage

  1. Inbound link (ovviamente)
  2. Immagine “social” coordinata (pagina Facebook, G+, Twitter…)
  3. Co-Citazioni ? (forse, lo scopriremo)

Comprendere al meglio il concetto di brand, associato alla popolarità del sito, è diventato vitale nel post-penguin. I webmaster che negli anni hanno abbinato azioni di branding alle classiche strategie di link building non hanno subìto alcuna penalizzazione o drop a seguito dell’update dell’estate 2012, anzi. Coloro invece che hanno puntato tutto sulla “keyword popularity” invece si sono dovuti rassegnare a buttare nel cesso anni e anni di lavoro (e soldi).